lunedì 16 febbraio 2015

India (Agosto 2006)


Appeso a casa mia, in corridoio, c’ è un batik  che ritrae delle donne indiane che danzano…
Fin da piccola ero affascinata da questi volti dipinti, dai loro bracciali, dal rumore delle cavigliere, che potevo solo immaginare…
I miei genitori sono sempre stati influenzati da questo paese così misterioso che è l’ India, ed io ho assorbito un po’ di questo interesse ascoltando Ravi Shankar, leggendo “ Siddharta”, mangiando cibo indiano, sentendo i racconti di chi c’ era stato... Eppure l’ India restava ai miei occhi un paese lontanissimo, un sogno ,chissà perché, irrealizzabile. 
Pensavo che anche io, come i miei genitori, non sarei mai riuscita ad andarci.
Ma a Giugno scorso ho trovato un volo scontato per Bombay, e mi sono buttata.
Volevo farlo, da anni…volevo vedere cosa c’ era al di là di Roma, al di là dell’ Europa, al di là di questo Occidente “padrone” del mondo, che del mondo però non può e non potrà mai essere padrone. Per fortuna.
E per fortuna c’ è l’ India…c’ è lo sguardo curioso e attento dei bambini, la dolcezza delle donne, l’ umiltà di vite che senza saperlo ti interrogano, ti ammoniscono, ti ricordano che tu non sei affatto superiore, tu non sei più civile solo perché hai un cellulare o un computer, anzi…forse stai diventando una macchina anche tu, e hai fretta, fretta, devi correre…non puoi permetterti di perderlo, il tempo… e forse non te lo concedi neanche per riposare, per riflettere…per fermarti un po’ in riva al fiume.
Ed eccomi qui adesso, col mal d’ India, un po’ più sola (perché un forte senso di solitudine mi ha colta appena tornata a casa, nonostante l’ alienante compagnia di tutti i miei aggeggi tecnologici…) ma traboccante di immagini e aromi. Piena di sapori intensi e indimenticabili. Piena di occhi, di mani, di sorrisi, di carezze e risate, di colori e dolore, di grida e di bambini che corrono, di musiche e balli,  vestiti e templi, elefanti e scimmie, capanne e case coloniali, riso e pollo, pesce e profumi…
L’ India e le sue contraddizioni. La musica e i sorrisi, in un mare di dolore inspiegabile, incomprensibile, inaccettabile. Sorrisi che volevo vedere, incontrare coi miei occhi. Per capire. Anzi, per imparare.
Imparare che il tempo per ospitare, accogliere, sorridere, prendersi cura di qualcuno, insomma… vivere, non è affatto tempo perso.
Quante nuove riflessioni mi ha ispirato questo popolo! Un popolo con una dignità tutta diversa da quella che intendiamo noi.
La dignità dell’ essere generosi, anche e forse proprio perché non si ha che un piatto di riso al giorno…
L’ India è un’ esplosione, un carnevale di tristezza e di gioia, di chiasso, di colori sgargianti, che si mischiano e si amalgamano alla terra, alla sporcizia, alla dolorosa intensità degli sguardi di chi mendica buttato sulla strada…
Ti confonde l’ India, ti stordisce, ti fa perdere l’ equilibrio, ma va bene, va benissimo, perché insinuandoti dei dubbi, ti permette di guardare dentro di te, di scavare, di rompere la maschera di superficialità che noi occidentali abbiamo dovuto indossare.
Questa maschera si può togliere, si può essere indiani anche qui, si può imparare e andare contro.
Non per aggredire, ma per testimoniare. Per dire a tutti che al di là della barricata c’ è un altro mondo, che è lo stesso mondo, e va rispettato, riconosciuto, accolto.

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